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Lu rise de Caucce

Menata sul Castellano
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La legna che si utilizzava nelle case per cuocere le vivande nel camino e per il riscaldamento invernale veniva venduta da piccoli commercianti, i legnaioli, oppure in una piazza, per l’appunto detta “della legna”, oggi denominata “Largo Crivelli”. Ve la portavano, per lo più, i contadini di Funti, Talvacchia, Coperso, Colonna e altre località boscose vicine, a dorso di mulo o, addirittura, sulle spalle, con grande fatica e tanta strada che non venivano certamente ricompensate dal misero ricavato.

Il prezzo veniva stabilito a “soma”, cioè a carico, dando una calcolata, ad occhio, a quello che poteva essere il peso. La gente la comprava un po’ alla volta, durante tutto l’anno, per fare man a mano la provvista per l’inverno. Qualche altro contadino la vendeva in forma ambulante, girando per le strade con un suo somarello carico di ciocchi e fascine.

Ma un commercio più importante di legna svolgevano i grossi proprietari di boschi della Valle Castellana e dell’Acquasantano (Bosco Martese, Macchia del Sole) che ne effettuavano il trasporto mediante la fluitazione nel Castellano, detta “la mënata”. Quando questo avveniva, una folla di curiosi si radunava a Porta Vescovo (Lungo Castellano) per assistere allo spettacolo dei tronchi che, trascinati dalla corrente del fiume, in quel punto venivano fermati da uno sbarramento, che andava da una sponda all’altra, e quindi recuperati da centinaia di uomini con bastoni, corde, ramponi e accatastati lungo gli argini. Se la corrente non era molto forte, tale operazione si svolgeva piuttosto agevolmente, anche se con grande fatica; se, invece, lo scorrimento era più veloce, i tronchi si ammassavano sulla diga che, alla fine, cedeva sotto la loro pressione e la fluitazione proseguiva verso valle creando non poche difficoltà nel recupero dei tronchi che erano sfuggiti, ma molti andavano definitivamente perduti.

Si racconta che in una di queste infauste occasioni, un certo Caucci, proprietario di una “mënata”, assistendo al disastroso dileguarsi di tanta ricchezza, se la rideva, ostentando, di fronte alla gente, un’indifferenza di certo non sincera. Da allora, quando qualcuno, subendo un danno finanziario o altre disavventure, sorride sulla propria disgrazia, il popolino dice che fa “lu risë dë Cauccë”.

 Tratto da “Cose di un tempo che fu” di Giuseppe Marinelli

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